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Quando i media si contrappongono tra loro… mentre le piattaforme vincono la partita

1/24/2026 Stephane 5 min read

Quando i media si contrappongono tra loro… mentre le piattaforme vincono la partita

Il caso Lidl: un detonatore, non una causa

Ricordiamo i fatti con precisione. Lidl France è stata condannata per pubblicità ingannevole: i prodotti pubblicizzati non sono stati disponibili per diverse settimane dopo la diffusione delle campagne TV. Il brand ha successivamente annunciato il ritiro dalla televisione a partire dal 2026, giudicando il quadro normativo troppo vincolante.

Questa decisione è stata immediatamente interpretata come un segnale d’allarme per la televisione. Ma tale lettura è riduttiva. Lidl non rimette in discussione l’efficacia della TV.

Il brand è stato sanzionato perché una promessa diffusa su un mezzo di comunicazione di fiducia impegna giuridicamente quando non può essere mantenuta. Non è un problema di potenza del mezzo. È un problema di dimostrazione della promessa.

Una risposta politica che cristallizza le tensioni

In seguito a questa decisione, il governo prepara un progetto di decreto volto ad allentare la normativa che regola la pubblicità televisiva della grande distribuzione. Il testo, promosso dal Ministero della Cultura, deve essere sottoposto all’Arcom, mentre uno studio d’impatto è in corso.

Questa iniziativa ha suscitato un’opposizione immediata e massiccia da parte di una porzione dell’ecosistema mediatico. In due lettere indirizzate al Primo ministro e alla Ministra della Cultura, APIG, SEPM, FNPS, Lagardère Radio, NRJ Group, Skyrock, Radio Classique, SIRTI e UPE hanno espresso la loro «profonda preoccupazione».

L’argomento è chiaro: la normativa attuale, derivante dal decreto del 1992, costituisce un pilastro dell’equilibrio del finanziamento dei media e del pluralismo dell’informazione. Essi ricordano cifre difficili da ignorare:

  • la quota di mercato pubblicitario della stampa è stata divisa per quattro in una quindicina d’anni,

  • quella della radio è arretrata di quasi la metà,

  • l’affissione subisce anch’essa una pressione continua sui propri ricavi tradizionali.

In questo contesto, indebolire ulteriormente tali equilibri farebbe pesare un rischio diretto su:

  • il finanziamento del giornalismo professionale,

  • l’investimento locale,

  • la diversità culturale,

  • e il ruolo democratico dei media.

Una guerra fratricida… in un mercato già perduto

Ma un malessere più profondo attraversa questo dibattito. Ciò che si osserva oggi sono:

  • la stampa che difende la propria sopravvivenza,

  • la radio che protegge il proprio finanziamento,

  • l’affissione che lancia l’allarme sui propri investimenti territoriali,

  • la televisione chiamata a giustificarsi.

Nel frattempo, un altro attore avanza senza essere disturbato. Da quindici anni, le piattaforme digitali captano una quota crescente del valore pubblicitario mondiale.

In Francia come altrove:

  • Google, Meta, Amazon, TikTok e consorzi concentrano oggi quasi il 70 % della crescita del mercato pubblicitario,

  • e circa il 20 % dell’insieme dei budget pubblicitari digitali mondiali è assorbito da pochi attori globali, al di fuori di ogni logica di finanziamento del pluralismo o dell’informazione.

Mentre i media tradizionali si contrappongono, il valore sfugge.

L’asimmetria che infastidisce: regole severe qui, flessibili altrove

Occorre anche guardare in faccia una realtà, senza giri di parole. Se alcuni inserzionisti si rivolgono al digitale, non è unicamente per ragioni di efficacia o di targeting.

È anche perché:

  • le regole vi sono più flessibili,

  • le promesse più implicite,

  • la responsabilità più diffusa,

  • e la dimostrazione della realtà dei messaggi raramente esigita ex ante.

La televisione resta uno dei media più regolamentati… precisamente perché rimane uno dei più credibili.

Questa asimmetria colpisce. Ma non deve condurre a una conclusione semplicistica. Allentare le regole senza affrontare il nocciolo del problema equivarrebbe a spostare il rischio, non a risolverlo.

Il vero tema che il dibattito evita ancora

Il cuore del problema non è né la televisione, né la stampa, né la radio, né l’affissione.

Il cuore del problema è più profondo: la pubblicità ha a lungo poggiato sull’autorità del mezzo.

Questa autorità non basta più: le audience sono ancora lì, l’attention esiste ancora, ma la fiducia automatica è scomparsa.

I pubblici vogliono comprendere, verificare, incrociare, confermare. Non rifiutano i media. Rifiutano le promesse non dimostrate.

Una via d’uscita verso l’alto è possibile

Contrapporre i media tra loro è un vicolo cieco. La vera posta in gioco è riconciliare potenza, credibilità e dimostrazione, qualunque sia il canale.

Ciò presuppone:

  • di non ridurre la pubblicità a un semplice messaggio,

  • di non rinchiuderla in una logica di breve termine,

  • ma di pensarla come un impegno verificabile.

Questo dibattito supera la questione di un decreto. Riguarda la capacità dei media di restare:

  • credibili,

  • finanziati,

  • utili,

  • e rispettati.

L’innovazione come condizione di sopravvivenza — e di nuovi ricavi

In questo contesto di tensioni e di fragilizzazione dei modelli economici, una cosa appare chiaramente: i media non potranno accontentarsi di difendere l’esistente. Coloro che hanno saputo preservare — o ricreare — valore in questi ultimi anni non l’hanno fatto rinunciando alle proprie esigenze, bensì innovando nel modo di monetizzare la fiducia. Le audience esistono ancora, la credibilità anche, ma il valore non si capta più secondo le stesse logiche di ieri.

La posta in gioco non è dunque contrapporre performance e credibilità, né regolamentazione e attrattività. È quella di riconciliare queste dimensioni inventando formati pubblicitari più dimostrativi, più trasparenti e più utili per il pubblico, pur restando misurabili per gli inserzionisti. In altri termini, formati capaci di generare nuovi ricavi senza indebolire ciò che rappresenta il valore fondamentale dei media: la fiducia.

Si delinea così una tendenza di fondo: il valore pubblicitario non poggia più unicamente sul messaggio diffuso, ma sulla prova d’uso, l’esperienza reale e la parola incarnata. I consumatori non sono più semplici bersagli, ma diventano attori capaci di rafforzare la credibilità dei messaggi quando sono integrati in modo trasparente e regolamentato. In questo movimento, l’innovazione non è né un lusso né un’opzione: essa costituisce ormai una condizione essenziale della perennità dei media.

Conclusione

Questo testo non è né un’arringa per un mezzo contro un altro, né una critica alla regolamentazione, né una difesa di interessi particolari. È un invito a prendere le distanze, a guardare la situazione nel suo insieme, a uscire dalle opposizioni sterili e a considerare l’innovazione come una via di ricostruzione collettiva.

Quando i media si contrappongono tra loro, raramente sono essi a vincere: si indeboliscono. Quando la prova diventa centrale, l’intero ecosistema può ricostruirsi per reinventarsi.

La questione non è sapere quale mezzo sopravvivrà. Ma come restituire peso alla parola pubblicitaria in un mondo di sfiducia generalizzata.

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